“La Settima” musica di Ludwing van Beethoven coreografie di Domenico Iannone

Le pagine che seguono sono l’esito di analisi e riflessioni relative al balletto progettato dal coreografo Domenico Iannone sulla Sinfonia n. 7 in la maggiore, op. 92, di Ludwig van Beethoven (1770 – 1827).  Questa produzione, realizzata per la compagnia AltraDanza, è in previsione del Giubileo, nel 2020, di L.v.Beethoven, nell’ambito dei festeggiamenti internazionali organizzati per celebrare i 250 anni dalla nascita del compositore.

La Settima Sinfonia di L.w.Beethoven è una partitura tra le più “danzanti” nel grande repertorio della musica di ogni tempo, di Beethoven in particolare, come suggerisce Marino Mora: “Che la danza ed il ritmo penetrino in ogni settore della composizione è del tutto vero; il ritmo ne diviene categoria generatrice: dà forma ad incisi ed idee, innerva e vivifica la melodia, trasforma plasticamente i temi. Ma anche accelera i cambi armonici, concentra o disperde i motivi tra le varie fasce timbriche, sostiene e sospinge vigorosamente le dinamiche in espansione”.  A distanza di oltre due secoli dalla sua creazione, la grandezza di questa partitura è un lascito che ancora ci parla e ci guida: è la “forcella di un rabdomante” che, pur gravemente mutilato dalla sordità, ha trasformato queste pagine in una materia febbricitante di vita, propulsiva per l’animo.  Perché, a ridosso di un tale monumento, immaginare un balletto che ha, come sottotitolo, “un moto di gioia”? Per due interrelate ragioni. Non si può solo desiderare, o “sognare”, una tale impresa. È necessario avvertire profondamente il “bisogno” di mettere in atto questa “avventura dell’anima”, incarnata dai corpi dei danzatori.

Il nostro bisogno, la nostra poetica, nasce dal senso di smarrimento che respiriamo collettivamente nei nostri giorni: triste refrain e forca caudina, pienamente avvertiti, devitalizzano il tempo che stiamo vivendo. A tutto ciò vogliamo “opporre resistenza” con la danza che sappiamo fare, per intraprendere, all’opposto, un percorso verso la gioia, una “zona” ormai abbandonata dal comune sguardo sul mondo. Il termine “gioia” è ampiamente citato in buona parte dei saggi e delle recensioni critiche relativi alla Settima. Per la più “dionisiaca” tra le Sinfonie di Beethoven, troviamo il vocabolo gioia abbinato a vortice, vitalismo estremo, incandescenza espressiva, tripudio luminescente e altri termini, declinati sullo stesso versante in centinaia di scritti prodotti in ogni tempo, da un largo ventaglio di autori. Fra quanti si sono avvicinati alla Settima Sinfonia, c’è chi ha parlato di “gioia strappata con rabbia ai propri fantasmi interiori”; oppure di “una orazione trionfante fatta da un uomo inebriato dalla propria creatività”. Per dovere di cronaca: gli insulti si accompagnano agli elogi sin da autori contemporanei a Beethoven. Per Carl Maria von Weber (1786–1826) Beethoven era “pronto per il manicomio”, e Johann Gottlob Friedrich Wieck (1785–1873) definiva la Settima “il lavoro di un ubriacone”.

Il Maestro Iannone convivide questo punto di vista: la Settima Sinfonia proietta intorno a sé una luce speciale. Pur intrisa di laica lucidità, esprime un sentimento di “fede” per il positivo divenire della vita, spinge ad affrancarsi da ogni limite, personale, di tempo, luogo e contingenza.  Lo spartito, così interpretato e motivato, spiegato dal coreografo ai propri danzatori, e da loro assimilato, può diventare un punto di riferimento spirituale: un fulcro che, in un confronto serrato, esorta gli interpreti verso la piena espressione di sé e delle proprie possibilità.  Guidati dal Maestro Iannone nell’esplorazione della Settima Sinfonia, i danzatori potranno percorrere territori dove si addensa una magia elettrizzante: vola a onde e flutti continui, scompiglia visivamente le carte in palcoscenico, genera canali di empatia con il pubblico; suscita stati d’animo positivi.                                                  

Ermanno Romanelli

 

 


“Sogno di una notte di mezza estate”, Bari, 21 luglio 2018

Domenico Iannone, direttore, coreografo.